La “questione
meridionale” è ormai un fenomeno europeo e non più solo italiano:
con la nascita dell’euro la divaricazione tra le aree del
Nord e del Sud del continente si è accentuata, in maniera preoccupante, in
tutti i campi.
Questo è il fallimento più vistoso della politica europea!
Se si vuole salvare veramente il processo di integrazione
europeista, pertanto, non si può prescindere da questo dato.
Ottusa ed allucinante appare, perciò, la politica che
continua ad esser portata avanti dalle forze conservatrici europee, sotto la
spinta della Merkel e dei poteri finanziari.
Con questa politica il destino della moneta unica e della
stessa Europa Unita è segnato in maniera negativa.
E’ inutile girarci attorno: la realtà, per quanto possa
essere amara, bisogna guardarla in faccia!
I governi della Grecia, del Portogallo, della Spagna e
dell’Italia se vogliono mantenere l’euro e contribuire seriamente alla
costruzione dell’Europa Unita devono certamente lavorare per risanare i loro
bilanci, ma devono anche contrastare con decisione il percorso politico portato
avanti finora dai poteri forti del Continente.
Bisogna bloccare subito e con fermezza la diffusione, anche
a livello europeo, della “vulgata”, che, per anni e anni, ha afflitto e
mortificato il nostro mezzogiorno: “i meridionali vogliono vivere di
assistenzialismo e a spese dei cittadini operosi del Nord”.
Le cose non stanno così, né in Italia né in Europa, anche se
le classi dirigenti meridionali di colpe, purtroppo, ne hanno molte.
Da questa consapevolezza deve partire la costruzione di un
nuovo meridionalismo.
E’ su questo terreno che la Sinistra, nelle sue varie
articolazioni, deve misurarsi, se vuole proporsi come alternativa credibile
alla Destra lobbista e
speculativa, che ci sta portando nel baratro.
Per essere salvata, l’Europa ha bisogno di una diversa
redistribuzione del reddito, del lavoro, dei servizi e non di strumentali
manovre bancarie e borsistiche.
La barricata rigorista dura e pura, imposta ai paesi
meridionali, non risolve i problemi ma li aggrava, a beneficio dei paesi più
forti, delle aree territoriali economicamente più solide, dei ceti sociali più
ricchi.
L’accentuarsi degli squilibri nella distribuzione del
reddito, del lavoro e dei servizi a cui stiamo assistendo non è figlio del
caso, ma di una scelta politica regressiva.
Rispetto a questo quadro tutta la Sinistra europea, a
cominciare da quella italiana, deve uscire dalla pratica del puro gestionismo,
profondamente subalterna alla logica liberista.
La sfida deve investire i temi delle transazioni
finanziarie, della evasione fiscale, della regole del mercato, della legalità,
della eguaglianza sociale, del diritto al lavoro, ecc.
Bisogna avere fiducia nei propri valori e nella propria
storia.
I piccoli segnali innovativi, scaturiti dalla vittoria di
Hollande in Francia attestano che non tutto è perduto.
Che bello se anche nella nostra terra si cominciasse ad
uscire dalla logica della spietata cura del potere, per misurarsi con i temi
del lavoro e dello sviluppo reale!
Che bello, ad esempio, se nella nostra terra ritornassimo a
confrontarci non sull’occupazione di qualche poltrona, ma sulla valorizzazione
delle nostre risorse, sull’utilizzo dei capannoni vuoti, sui contratti di solidarietà,
sull’orario di lavoro, sul part time, ecc.
Anche piccoli segnali potrebbero contribuire all’apertura di
una nuova stagione.
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