giovedì 16 agosto 2012

QUESTIONE MERIDIONALE EUROPEA


 La “questione meridionale” è ormai un fenomeno europeo e non più solo italiano:
con la nascita dell’euro la divaricazione tra le aree del Nord e del Sud del continente si è accentuata, in maniera preoccupante, in tutti i campi.
Questo è il fallimento più vistoso della politica europea!
Se si vuole salvare veramente il processo di integrazione europeista, pertanto, non si può prescindere da questo dato.
Ottusa ed allucinante appare, perciò, la politica che continua ad esser portata avanti dalle forze conservatrici europee, sotto la spinta della Merkel e dei poteri finanziari.
Con questa politica il destino della moneta unica e della stessa Europa Unita è segnato in maniera negativa.
E’ inutile girarci attorno: la realtà, per quanto possa essere amara, bisogna guardarla in faccia!
I governi della Grecia, del Portogallo, della Spagna e dell’Italia se vogliono mantenere l’euro e contribuire seriamente alla costruzione dell’Europa Unita devono certamente lavorare per risanare i loro bilanci, ma devono anche contrastare con decisione il percorso politico portato avanti finora dai poteri forti del Continente.
Bisogna bloccare subito e con fermezza la diffusione, anche a livello europeo, della “vulgata”, che, per anni e anni, ha afflitto e mortificato il nostro mezzogiorno: “i meridionali vogliono vivere di assistenzialismo e a spese dei cittadini operosi del Nord”.
Le cose non stanno così, né in Italia né in Europa, anche se le classi dirigenti meridionali di colpe, purtroppo, ne hanno molte.
Da questa consapevolezza deve partire la costruzione di un nuovo meridionalismo.
E’ su questo terreno che la Sinistra, nelle sue varie articolazioni, deve misurarsi, se vuole proporsi come alternativa credibile alla  Destra lobbista e speculativa, che ci sta portando nel baratro.
Per essere salvata, l’Europa ha bisogno di una diversa redistribuzione del reddito, del lavoro, dei servizi e non di strumentali manovre bancarie e borsistiche.
La barricata rigorista dura e pura, imposta ai paesi meridionali, non risolve i problemi ma li aggrava, a beneficio dei paesi più forti, delle aree territoriali economicamente più solide, dei ceti sociali più ricchi.
L’accentuarsi degli squilibri nella distribuzione del reddito, del lavoro e dei servizi a cui stiamo assistendo non è figlio del caso, ma di una scelta politica regressiva.
Rispetto a questo quadro tutta la Sinistra europea, a cominciare da quella italiana, deve uscire dalla pratica del puro gestionismo, profondamente subalterna alla logica liberista.
La sfida deve investire i temi delle transazioni finanziarie, della evasione fiscale, della regole del mercato, della legalità, della eguaglianza sociale, del diritto al lavoro, ecc.
Bisogna avere fiducia nei propri valori e nella propria storia.
I piccoli segnali innovativi, scaturiti dalla vittoria di Hollande in Francia attestano che non tutto è perduto.
Che bello se anche nella nostra terra si cominciasse ad uscire dalla logica della spietata cura del potere, per misurarsi con i temi del lavoro e dello sviluppo reale!
Che bello, ad esempio, se nella nostra terra ritornassimo a confrontarci non sull’occupazione di qualche poltrona, ma sulla valorizzazione delle nostre risorse, sull’utilizzo dei capannoni vuoti, sui contratti di solidarietà, sull’orario di lavoro, sul part time, ecc.
Anche piccoli segnali potrebbero contribuire all’apertura di una nuova stagione.

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