Gli articoli del titolo III della Costituzione sanciscono
con chiarezza e lungimiranza i rapporti che devono sussistere, tra proprietà
privata e Stato, tra imprenditori e lavoratori.
Nell’attuale fase storica tali rapporti sono in crisi, a
danno dei lavoratori e dello stesso Stato.
A farla da padrone, in dispregio di ogni regola, sono i
detentori del potere economico, nelle sue varie articolazioni.
Rispetto a questo stato di cose si chiacchiera a sbafo, da
parte di politici, politologi,
economisti, giornalisti, ecc, ma si prescinde, quasi sempre, dalle
indicazioni del dettato costituzionale.
Secondo la Costituzione (art. 41), l’iniziativa economica
privata è libera, ma “non può svolgersi
in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza,
alla libertà, alla dignità umana”. Tale principio è così netto da essere
supportato da un altro comma ancora più netto: “ La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché
l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a
fini sociali”.
Gli articoli 42 e 43 ribadiscono i limiti della proprietà
privata “ allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di
renderla accessibile a tutti” fino al punto da prevedere che possa essere “espropriata per motivi di interesse generale”.
-Rispetto alla decisione di Marchionne di chiudere l’Irisbus
di Valle Ufita, costruita, in larga parte con i soldi dello Stato, per andare a
produrre pullman in Francia e Cecoslovacchia,
-rispetto alla migliaia di imprese italiane che ogni anno
smobilitano per andarsene all’estero,
-rispetto alle migliaia e migliaia di capannoni che restano
vuoti, dopo essere stati costruiti con i contributi dello Stato, c’è qualcuno
che si ricorda delle suddette norme costituzionali?
Si assiste a sceneggiate a non finire, a sproloqui
fantasiosi, a promesse inconcludenti, ma i nodi veri non vengono mai affrontati
e sciolti.
Se lo Stato e le varie istituzioni vogliono affrontare
veramente la situazione non possono fare altro che applicare le norme
costituzionali e arrivare anche all’esproprio degli stabilimenti che vengono
chiusi, dei capannoni che restano vuoti, delle aree attrezzate abbandonate.
Si tratterebbe, oltretutto, di un sostanziale recupero di
ciò che è stato superficialmente dato!
Lo so che, con i tempi che corrono, questa può apparire una
posizione politica anacronistica, ma occorre sapere che, per l’uscita dalla
crisi e per la crescita, non c’è altra strada.
O vogliamo continuare a spendere i soldi della collettività
solo per sostenere banche e lobby finanziarie che ci hanno portato al collasso?
A proposito, vorrei invitare i tanti sapientoni della nostra
terra, che non la smettono di parlare a vanvera sullo sviluppo, a fare un piccolo
sforzo e andare nelle varie aree industriali della provincia, per cogliere con
mano l’abbandono in cui versano: l’unica cosa che resta, spesso, è
l’illuminazione pubblica notturna di lampioni non ancora fulminati, su branchi
di cani randagi, che camminano tra le sterpaglie o trovano riparo sotto le
tettoie di qualche capannone abbandonato.
Troverete, cari signori, anche qualche macchina, ma abbiate
l’accortezza di non avvicinarvi troppo, per non disturbare le coppie appartate.
Sono ben altre le persone da disturbare!
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