Per l’Irpinia anche la speranza, che, secondo un vecchio
detto, è l’ultima a morire, si trova in uno stato di preoccupante agonia. Non
passa giorno, infatti, in cui non sopraggiunga una notizia negativa: fabbriche
che chiudono, ospedali che vengono smantellati, tribunali che vengono
soppressi, stazioni ferroviarie che vengono annullate, pronti soccorsi che
vengono aboliti, uffici e servizi
che vengono trasferiti, ecc.
Siamo di fronte ad un vero e proprio bollettino di guerra.
In questo allarmante bollettino, da giorni, campeggia la
vicenda della riduzione delle Province, con le possibili ricadute negative sul
territorio e sullo stesso ruolo della città di Avellino come capoluogo. Il
tutto, come spesso avviene, è intorbidito ed aggravato dalle manovre dei soliti
notabili.
Rispetto allo scenario complessivo servirebbe una lucida
riflessione critica, capace di portare ad un progetto politico profondamente
alternativo al percorso in atto e riaccendere la speranza di un futuro migliore
o almeno accettabile.
A dominare, invece, è la passività della classe dirigente
(?), che preferisce trastullarsi in sceneggiate mediatiche, passerelle e
manovre di potere.
Non si può continuare così ! Se non lavoreremo per cambiare
radicalmente le cose, passeremo
alla storia come la generazione, che ha portato le nostre terre alla
desertificazione.
La spinta al cambiamento deve venire dal basso, dalle nostre
terre, dalla società, nelle sue varie articolazioni, perché il sistema di
potere generale appare, in buona parte, orientato a far girare la ruota della
storia all’indietro.
In questo processo regressivo, purtroppo, sono rimaste
imbrigliate o prigioniere anche le forze politiche migliori, perché i grandi
potentati economici e finanziari sono riusciti, attraverso gli strumenti di
informazione asserviti, ad orientare l’attenzione di tutti verso il PIL, lo
Spread, la borsa, staccandola dal lavoro, dal sistema produttivo, dal Welfare.
Se così non fosse non si potrebbero spiegare i tanti
fenomeni che travagliano la vita del nostro Paese, in generale, e della nostra
terra, in particolare.
Le fabbriche chiudono, ma i manager, che le hanno portate
alla crisi, vengono “risarciti” con buonuscite milionarie;
Le tasse aumentano, ma i servizi e le potenzialità
lavorative diminuiscono in maniera drammatica;
Le popolazioni si danno da fare per valorizzare le risorse
del territorio, ma il sistema di potere premia solo gli speculatori, gli
arrivisti e gli imbroglioni;
Gli evasori fiscali vengono lasciati liberi di fare quello
che vogliono o, al massimo, ricevono un condono, ma i poveri pensionati vengono condannati a restituire la
quattordicesima, ricevuta dal governo Prodi;
La società civile manifesta senso di responsabilità,
sopportando sacrifici e privandosi anche delle cose essenziali, ma nelle stanze
del potere si sperperano soldi a palate.
Pensiamo a quello che è venuto fuori, negli ultimi giorni,
nella regione Lazio !
A questo punto urge, per tutto il Paese e soprattutto per il
Mezzogiorno e la nostra Irpinia,una risposta ferma e decisa: tutti coloro che non vogliono perdere
ogni speranza di futuro, nella politica, nel mondo della cultura, nel mondo del
lavoro, nella società, facciano sentire la loro voce, nella ricerca di una
strategia alternativa al processo devastante in atto.
Le risorse e le energie ci sono: bisogna valorizzarle e
farle contare.
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