Il lavoro è esplicazione di energia, soprattutto umana, finalizzata a produrre i beni necessari per la vita. In una società civile, l’essere umano, nell’applicazione delle sue forze fisiche e facoltà intellettuali, cioè lavorando, si procura da vivere, realizza se stesso e contribuisce alla crescita del tessuto sociale. Il lavoro, inteso in questo senso, occupa nella Costituzione Italiana un posto rilevante e preminente.
In contrasto con i principi costituzionali e con l’essenza stessa del termine, in questi ultimi mesi, è andata diffondendosi, nel linguaggio politico e corrente, l’espressione “mercato del lavoro”. Il “dio” mercato, dunque, ha acquisito tanto potere da snaturare persino l’essenza genetica della parola “lavoro”. Non è un caso che, in questi giorni, l’arcivescovo Bregantini, in una intervista, abbia posto una seria domanda e sollevato una altrettanto seria questione:
“ Il lavoratore è persona o merce? Non lo si può trattare come un prodotto da dismettere, da eliminare per motivi di bilancio, perché resta invenduto”.
Che ne pensano, in merito, i professori del governo, pure loro di formazione cattolica?
Non credo che la stessa espressione “mercato del lavoro”, data da loro in pasto all’opinione pubblica, nel corso di queste ultime settimane, sia inquadrabile nella sensibilità intrinseca nelle parole di monsignor Bregantini. Anzi, è chiaro che tale espressione riflette una ideologia conservatrice e classista, molto distante dagli interessi e dai bisogni dei lavoratori ed anche dai valori cristiani.
Che cosa costa a chi ha un reddito annuale di varie centinaia di migliaia di euro far passare come riforma epocale e salvagente nazionale un provvedimento, che, di fatto, colpisce pesantemente i lavoratori, riducendoli a merce?
La retorica che tende a far passare il provvedimento come uno strumento, capace di favorire gli investimenti produttivi e rispondere alle esigenze dei giovani è intrisa di falsità.
Se si vogliono alimentare gli investimenti e dare risposte alla domanda di lavoro dei giovani bisogna imboccare ben altre strade. Occorre colpire le speculazioni finanziarie, le rendite della malavita organizzata, i grandi patrimoni, l’evasione fiscale, gli sprechi della pubblica amministrazione e della politica sporca. Occorre utilizzare i fondi europei, valorizzare le risorse nazionali, mettere in moto tutte le energie umane disponibili. Occorre tagliare le spropositate spese per l’acquisto di armi e strumenti militari, risanare il sistema di finanziamento alla politica, rimodulare gli investimenti per le infrastrutture, ecc.
E’ assolutamente inaccettabile che i pubblici poteri, da un lato, assistano passivamente e in maniera connivente alla elargizione di indennità e buonuscite favolose per banchieri, generali, manager, alti(?) dirigenti, da un altro lato, non si lascino turbare dai suicidi sempre più numerosi di lavoratori, che non riescono a trovare lavoro e a sbarcare il lunario.
Basterebbero pochi provvedimenti seri e decisi, per raccogliere, in un batter d’occhi, risorse finanziarie, capaci di cambiare il volto del Paese. Altro che articolo 18 !
Se non vogliamo che l’Italia cada nel baratro occorre cambiare decisamente strada!
Le forze sane del Paese devono svegliarsi, altrimenti, sotto le manovre della tecnocrazia, del padronato e di un certo mondo mediatico, viscido e asservito, oltre al sistema economico, andrà a fondo anche il sistema democratico.
Le forze sane del Paese devono svegliarsi, altrimenti, sotto le manovre della tecnocrazia, del padronato e di un certo mondo mediatico, viscido e asservito, oltre al sistema economico, andrà a fondo anche il sistema democratico.
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