Sul nostro territorio incombe l’ennesimo pericolo: la soppressione dei tribunali di Ariano e di Sant’Angelo e l’accorpamento degli uffici dei giudici di pace. Non è una cosa di poco conto, per cui sarebbe sbagliato sottovalutarne la portata negativa. Apprezzabile, perciò, è l’impegno di quei magistrati, avvocati, cittadini, circoli giovanili, che, sul problema, hanno assunto una posizione critica e vanno svolgendo iniziative chiarificatrici e di lotta, sia a livello locale che nazionale.
La vulgata governativa, che tende a far passare il provvedimento come una operazione di risparmio e organizzazione del sistema giudiziario è strumentale, inconsistente e falsa.
Non è con l’accorpamento improvvisato, a tavolino, che si riduce la spesa e si rende più efficiente il sistema giudiziario. Se si pensa a tutte le operazioni che deriverebbero dal trasloco dei tribunali e dei servizi ad essi connessi e dalla necessità di creare nuove strutture, ad Avellino, è più facile ipotizzare un aumento della spesa e un ingolfamento del sistema giudiziario che un risparmio ed un migliore servizio.
Oltretutto i dati operativi dei due tribunali sembrano essere alquanto soddisfacenti.
Ma il problema non sta solo in questo aspetto della questione: ci sono molti altri elementi che meritano di essere valutati con attenzione.
Le istituzioni, i comparti sociali e professionali, gli operatori del settore giudiziario, i semplici cittadini delle aree interne irpine quali benefici trarrebbero dal trasloco dell’attività giudiziaria a 40-50 Km di distanza?
Le attività commerciali, i servizi civili e sociali, le attività professionali delle aree defraudate dei tribunali quanti danni subirebbero dalla perdita di presìdi aggreganti, quali sono attualmente, per questo territorio, i tribunali?
Per gli anziani, per i disagiati, per i cittadini delle aree più interne dell’Irpinia, con il trasloco dei tribunali ad Avellino, sarebbe più facile o più difficile vedersi riconosciuto il diritto alla giustizia e al rispetto delle regole?
Prima di prendere decisioni demagogiche, gli organi di governo dovrebbero porsi queste elementari domande.
La valutazione negativa dell’operazione di chiusura dei tribunali di Ariano e Sant’Angelo non deriva, però, solo da questi aspetti specifici ma anche da un prospetto più complessivo.
Non dobbiamo dimenticare, infatti, che il territorio interno dell’Irpinia è vessato da altre drammatiche problematiche: la chiusura o svalutazione degli ospedali, la riduzione dei servizi, il deperimento delle infrastrutture, il rinvio perenne di opere strategiche da anni progettate, la chiusura di fabbriche, ecc.
Dove si vuole arrivare? Alla desertificazione? All’immondezzaio?
La classe dirigente irpina e campana- se esiste- una risposta concreta a questi interrogativi deve darla; non può limitarsi a fare qualche sceneggiata mediatica, lasciando che il percorso nefasto, perseguito dagli ultimi governi, vada avanti.
Gli operatori del settore, che sono scesi in campo contro la chiusura dei tribunali, di indicazioni ne hanno date tante.
I nostri parlamentari si diano da fare per ottenere almeno un incontro-confronto di merito con il Ministro della Giustizia.
Se nemmeno questo riescono ad ottenere si chiedano: che ci stiamo a fare in Parlamento?
La vicenda dei tribunali sia vista da tutti gli Irpini come una occasione utile all’apertura di una vertenza complessiva, per la salvezza e la rinascita del territorio.
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