venerdì 12 ottobre 2012

QUANDO MUORE ANCHE LA SPERANZA


Per l’Irpinia anche la speranza, che, secondo un vecchio detto, è l’ultima a morire, si trova in uno stato di preoccupante agonia. Non passa giorno, infatti, in cui non sopraggiunga una notizia negativa: fabbriche che chiudono, ospedali che vengono smantellati, tribunali che vengono soppressi, stazioni ferroviarie che vengono annullate, pronti soccorsi che vengono aboliti, uffici  e servizi che vengono trasferiti, ecc.
Siamo di fronte ad un vero e proprio bollettino di guerra.
In questo allarmante bollettino, da giorni, campeggia la vicenda della riduzione delle Province, con le possibili ricadute negative sul territorio e sullo stesso ruolo della città di Avellino come capoluogo. Il tutto, come spesso avviene, è intorbidito ed aggravato dalle manovre dei soliti notabili.
Rispetto allo scenario complessivo servirebbe una lucida riflessione critica, capace di portare ad un progetto politico profondamente alternativo al percorso in atto e riaccendere la speranza di un futuro migliore o almeno accettabile.
A dominare, invece, è la passività della classe dirigente (?), che preferisce trastullarsi in sceneggiate mediatiche, passerelle e manovre di potere.
Non si può continuare così ! Se non lavoreremo per cambiare radicalmente le cose, passeremo  alla storia come la generazione, che ha portato le nostre terre alla desertificazione.
La spinta al cambiamento deve venire dal basso, dalle nostre terre, dalla società, nelle sue varie articolazioni, perché il sistema di potere generale appare, in buona parte, orientato a far girare la ruota della storia all’indietro.
In questo processo regressivo, purtroppo, sono rimaste imbrigliate o prigioniere anche le forze politiche migliori, perché i grandi potentati economici e finanziari sono riusciti, attraverso gli strumenti di informazione asserviti, ad orientare l’attenzione di tutti verso il PIL, lo Spread, la borsa, staccandola dal lavoro, dal sistema produttivo, dal Welfare.
Se così non fosse non si potrebbero spiegare i tanti fenomeni che travagliano la vita del nostro Paese, in generale, e della nostra terra, in particolare.
Le fabbriche chiudono, ma i manager, che le hanno portate alla crisi, vengono “risarciti” con buonuscite milionarie;
Le tasse aumentano, ma i servizi e le potenzialità lavorative diminuiscono in maniera drammatica;
Le popolazioni si danno da fare per valorizzare le risorse del territorio, ma il sistema di potere premia solo gli speculatori, gli arrivisti e gli imbroglioni;
Gli evasori fiscali vengono lasciati liberi di fare quello che vogliono o, al massimo, ricevono un condono, ma i poveri pensionati  vengono condannati a restituire la quattordicesima, ricevuta dal governo Prodi;
La società civile manifesta senso di responsabilità, sopportando sacrifici e privandosi anche delle cose essenziali, ma nelle stanze del potere si sperperano soldi a palate.
Pensiamo a quello che è venuto fuori, negli ultimi giorni, nella regione Lazio !
A questo punto urge, per tutto il Paese e soprattutto per il Mezzogiorno e la nostra Irpinia,una risposta ferma e decisa:  tutti coloro che non vogliono perdere ogni speranza di futuro, nella politica, nel mondo della cultura, nel mondo del lavoro, nella società, facciano sentire la loro voce, nella ricerca di una strategia alternativa al processo devastante in atto.
Le risorse e le energie ci sono: bisogna valorizzarle e farle contare.

mercoledì 19 settembre 2012

IL RINNOVAMENTO DEI NOTABILI


Nessuno può negare la necessità di un profondo processo di rinnovamento nel sistema politico italiano: la situazione, infatti, è così degradata da mettere in serio pericolo la stessa tenuta democratica del Paese.
Ciò che non può essere accettato è il diluvio retorico portato avanti, sul problema, dal notabilato, che guazza e prospera nel sistema.
La strumentalità delle posizioni di questi personaggi è evidenziata dall’assoluta mancanza di una visione chiaramente alternativa, sotto l’aspetto politico, culturale e morale, rispetto al sistema imperante.
Le battaglie per il rinnovamento (?) della maggior parte di questi notabili, nei fatti, non sono altro che sporche sgomitate per l’occupazione delle poltrone ed hanno il sapore delle famigerate risse tra vassalli, baroni, conti, marchesi, duchi, ecc, del vecchio feudalesimo.
In definitiva, più che la messa in discussione del sistema di potere, della visione del mondo, del modo di vivere, dietro la retorica del rinnovamento, nella maggior parte dei casi, si nasconde la lotta per la carriera personale.
In questo quadro tutto fa brodo: il qualunquismo, il populismo, lo scandalismo, il sentimento anticasta, la diffusione della sfiducia, il delirio dell’onnipotenza, il senso dell’impunità, ecc, ecc.
A dominare, in questo processo, naturalmente, sono gli strumenti di informazione asserviti, che esercitano, nella società e sulla società, un ruolo manipolatore e sostanzialmente dittatoriale.
E così sono passati e continuano a passare per innovatori personaggi, tipo Berlusconi, Grillo,  , Montezemolo, Passera, Renzi, Ichino, Calearo, Scilipoti, ecc.
Tutti sembrano aver dimenticato che la vera Politica non può essere basata sul personalismo e sulle appariscenze, ma sugli ideali, sui valori, sui progetti concreti.
A tutti sembra essere sfuggito che il fondamento essenziale della buona Politica è la partecipazione e il coinvolgimento delle masse popolari.
Se di rinnovamento, pertanto, si vuol parlare, non si può partire dai notabili e dai singoli personaggi, imprenditori, tecnici, sindaci, comici che siano, ma dalla massa dei cittadini.
Se di rinnovamento si vuol parlare non si deve perseguire la distruzione delle grandi conquiste della storia, per ripristinare nella società, in altre forme, il sistema di potere feudale.
In Italia e nel mondo intero esistono delle pietre miliari di grandissimo valore, dalla Carta Costituzionale alla Dichiarazione Universale dei Diritti umani, tanto per fare qualche esempio,
che non possono essere calpestate.
Nella storia dell’umanità esistono dei fondamenti culturali, civili ed etici incancellabili, prodotti da grandi movimenti di pensiero, quali il Rinascimento, l’Illuminismo, il Socialismo, la Resistenza, tanto per citarne alcuni, che non possono essere scartati o messi in gattabuia.
Certo, ogni cosa, con il passare del tempo, può aver bisogno di un aggiornamento, ma non è certamente con il trionfo del personalismo e del notabilato che si possono adeguare alla realtà i grandi principi e le grandi conquiste che hanno onorato la storia dell’essere umano.
La realtà odierna, per essere modificata, ha bisogno di un grande processo rivoluzionario, capace di guardare al futuro e fare tesoro delle conquista del passato, non certamente di sceneggiate mediatiche di notabili,  comici, tecnici o rottamatori  che siano, unicamente interessati a trovare spazio nelle più ambite stanze del potere.

LA STORIA CI CONDANNERA’


Gli ultimi venti anni dell’Europa e dell’Italia, a cavallo del XX e XXI secolo, certamente non passeranno alla storia come una fase positiva ed apprezzabile. Quello che si sta combinando,   è veramente disastroso. La cosa più deprimente è che nel giudizio negativo non cadranno solo gli artefici diretti del disastro, ma anche la stragrande maggioranza della popolazione, che sta subendo passivamente il processo in atto.
Chi è cosciente di questo fatto non può stare più a guardare, senza far niente, in uno stato d’animo indifferente e apatico. Questo lo dico a me stesso e a tutti coloro che, in preda ad un senso di impotenza, si sono chiusi in se stessi, lasciando ai manigoldi di ogni tipo di fare il proprio comodo.
Se le cose non cambieranno presto, in maniera drastica, l’Europa di questi anni passerà alla storia non come la comunità che ha costruito,  ma come quella che ha distrutto la grande idea dell’Unità e l’Italia sarà ricordata come la terra che ha mortificato le grandi conquiste del Rinascimento, del Risorgimento, della Resistenza, della prima Repubblica.
E’ vero che nella storia ci possono essere  “corsi e ricorsi”, ma è altrettanto vero che la stessa storia ci ha fornito tutti gli insegnamenti e gli strumenti, per contrastare questo andamento.
Se i nostri migliori antenati, nonni e padri sono stati capaci di uscire dal colonialismo, dall’imperialismo e dal nazi-fascismo, non è accettabile che nella comunità attuale non si trovino le energie per prendere a calci nel sedere gli speculatori finanziari, i manovratori delle borse, gli ultraliberisti del mercato, gli istrioni caligoliani, che sperperano milioni e milioni di euro all’anno per palpeggiare le chiappe di qualche ragazza, i professori asserviti al potere bancario, che sanno mettere le mani solo nelle tasche di lavoratori e pensionati, i pagliacci milionari, che seminano artatamente sfiducia e qualunquismo nella società, ecc,ecc.
Come si fa, in Italia,  ad accettare passivamente che l’1  per cento dei nababbi, composto da una ristretta cerchia di 2.400 famiglie, possegga patrimoni per 1290 miliardi di euro, corrispondenti al 15 per cento dell’intera ricchezza nazionale e che il 10 per cento più benestante delle famiglie italiane ne possegga quasi il 50 per cento?
Come si può accettare che il nostro Paese, all’interno dell’area Ocse, sia al terzo posto nella classifica della diseguaglianza?
Come si fa a non rabbrividire di fronte  ad una evasione fiscale  di circa 150 milioni di euro all’anno ?
Che dire della pressione fiscale  del 42,6 %  sui redditi di lavoratori dipendenti e pensionati,  a fronte della risibile percentuale del 5,9 % di entrate fiscali provenienti da imposte sul patrimonio?
Che dire delle disoccupazione giovanile e delle condizioni del Sud del Paese?
Continuare nella rassegna di queste rivoltanti storture e porcherie diventa deprimente, per cui è meglio soprassedere.
A questo punto sorge spontanea una domanda: Cari compagni del PD  ( perdonatemi se sto commettendo il reato di rivolgermi  a voi ancora con l’appellativo compagno)  come fate  a sopportare o addirittura ad avallare un processo così devastante per la storia vostra e del nostro Paese e per la stessa democrazia?
Non ritenete che sia giunto il momento di far “resuscitare” Robespierre, Lenin, Che Guevara, ecc, ecc?

giovedì 16 agosto 2012

NON C’E’ SORDO PEGGIORE DI CHI NON VUOLE SENTIRE


“Con amarezza, sofferenza e dolore, dopo mesi di riflessione, sono arrivato alla decisione  di non rinnovare l’iscrizione al PD. A questo partito, con molta probabilità, continuerò a dare il mio voto, più per una scelta del meno peggio che per una condivisione della sua linea politica e comportamentale. Confesso di sentirmi molto a disagio nell’esprimere questo mio convincimento, ma non me la sento proprio di continuare ad essere militante di un partito, che ormai si muove in uno scenario completamente diverso, rispetto a quello genetico.
La scelta di stare politicamente a sinistra l’ho fatta da ragazzo e quella di iscrivermi al PCI l’ho fatta da giovane, nell’era berlingueriana. Sono stato segretario di sezione del PCI a Flumeri per vari anni.  Dopo la svolta, sono stato ancora segretario di sezione del PDS e membro della segreteria provinciale dei DS., cosa che ricordo con molto piacere. Sono stato, per nove anni, sindaco dell’Ulivo, di provenienza DS e come sindaco sono andato anche con la fascia tricolore a manifestare contro lo “scalone” maroniano per l’andata in pensione.  Per anni, a Flumeri, ho contribuito in maniera determinante e con il coinvolgimento dell’intera famiglia alla organizzazione della festa dell’Unità. In tutte le campagne elettorali ho fatto tutto quello che bisognava fare, senza mai tirarmi indietro.
Pur coltivando con convinzione tutti i valori e gli ideali tipici della Sinistra ho sempre mantenuto un comportamento equilibrato, distante da ogni posizione estremistica.
Anche quella odierna non è una scelta estremistica ma semplicemente una presa d’atto di una posizione politica del partito che non riesco a digerire.
Il sostegno cieco del PD al governo Monti, che sta massacrando lavoratori, pensionati, (altro che scalone) giovani, Mezzogiorno, ecc, senza gettare minimamente le basi per una uscita dalla crisi, non mi convince per niente.
Le lotte intestine all’interno del partito, a tutti i livelli, mi disturbano profondamente.
Lo spiantamento dell’organizzazione del partito in tutto il territorio e in tutti i luoghi di lavoro mi fa rabbrividire.
La sostanziale disattenzione di tutto il partito, al di là di qualche sceneggiata mediatica, rispetto alla vicenda della Irisbus, che sta affliggendo il nostro territorio, mi addolora profondamente.
Rispetto a questo processo negativo, molto lontano dalle idee, che erano alla base della nascita del partito non intendo sentirmi corresponsabile”.
Questo ragionamento, quasi alla lettera, è stato tenuto, dal compagno Sinibaldo Di Paola, ex sindaco di Flumeri, in un incontro amichevole, svolto al fresco di un albero, davanti casa sua.
Confesso di essere rimasto molto colpito non tanto dalle parole quanto dallo stato d’animo che ho colto in lui, nel corso dell’incontro. Nel suo ragionamento c’era sofferenza ma anche convincimento e lucidità. Di ragionamenti di questo tipo, oggi, se ne sentono tanti, ma sentirlo fare da una persona “eccessivamente” moderata ed equilibrata come Sinibaldo è veramente sconvolgente. Nell’ascoltarlo naturalmente non ho potuto fare a meno di riandare con il pensiero ai turbamenti che, qualche anno fa, hanno tormentato la mia testa e ai tanti sfoghi che da mesi mi tocca di sentire da parte di tanti e tanti compagni.
Non posso fare a meno, pertanto, di domandarmi come mai nei vari livelli della cosiddetta dirigenza del partito(?) non si colga  questo stato d’animo così diffuso e palpabile.
Che cosa si aspetta per voltare pagina? Dove si vuole arrivare?Perché non si attiva una riflessione critica sullo stato delle cose? Sembra dominare il vecchio detto: “non c’è sordo peggiore di chi non vuole sentire”.  Si sappia, però, che se continua questo andazzo, tutto andrà a scatafascio!

QUESTIONE MERIDIONALE EUROPEA


 La “questione meridionale” è ormai un fenomeno europeo e non più solo italiano:
con la nascita dell’euro la divaricazione tra le aree del Nord e del Sud del continente si è accentuata, in maniera preoccupante, in tutti i campi.
Questo è il fallimento più vistoso della politica europea!
Se si vuole salvare veramente il processo di integrazione europeista, pertanto, non si può prescindere da questo dato.
Ottusa ed allucinante appare, perciò, la politica che continua ad esser portata avanti dalle forze conservatrici europee, sotto la spinta della Merkel e dei poteri finanziari.
Con questa politica il destino della moneta unica e della stessa Europa Unita è segnato in maniera negativa.
E’ inutile girarci attorno: la realtà, per quanto possa essere amara, bisogna guardarla in faccia!
I governi della Grecia, del Portogallo, della Spagna e dell’Italia se vogliono mantenere l’euro e contribuire seriamente alla costruzione dell’Europa Unita devono certamente lavorare per risanare i loro bilanci, ma devono anche contrastare con decisione il percorso politico portato avanti finora dai poteri forti del Continente.
Bisogna bloccare subito e con fermezza la diffusione, anche a livello europeo, della “vulgata”, che, per anni e anni, ha afflitto e mortificato il nostro mezzogiorno: “i meridionali vogliono vivere di assistenzialismo e a spese dei cittadini operosi del Nord”.
Le cose non stanno così, né in Italia né in Europa, anche se le classi dirigenti meridionali di colpe, purtroppo, ne hanno molte.
Da questa consapevolezza deve partire la costruzione di un nuovo meridionalismo.
E’ su questo terreno che la Sinistra, nelle sue varie articolazioni, deve misurarsi, se vuole proporsi come alternativa credibile alla  Destra lobbista e speculativa, che ci sta portando nel baratro.
Per essere salvata, l’Europa ha bisogno di una diversa redistribuzione del reddito, del lavoro, dei servizi e non di strumentali manovre bancarie e borsistiche.
La barricata rigorista dura e pura, imposta ai paesi meridionali, non risolve i problemi ma li aggrava, a beneficio dei paesi più forti, delle aree territoriali economicamente più solide, dei ceti sociali più ricchi.
L’accentuarsi degli squilibri nella distribuzione del reddito, del lavoro e dei servizi a cui stiamo assistendo non è figlio del caso, ma di una scelta politica regressiva.
Rispetto a questo quadro tutta la Sinistra europea, a cominciare da quella italiana, deve uscire dalla pratica del puro gestionismo, profondamente subalterna alla logica liberista.
La sfida deve investire i temi delle transazioni finanziarie, della evasione fiscale, della regole del mercato, della legalità, della eguaglianza sociale, del diritto al lavoro, ecc.
Bisogna avere fiducia nei propri valori e nella propria storia.
I piccoli segnali innovativi, scaturiti dalla vittoria di Hollande in Francia attestano che non tutto è perduto.
Che bello se anche nella nostra terra si cominciasse ad uscire dalla logica della spietata cura del potere, per misurarsi con i temi del lavoro e dello sviluppo reale!
Che bello, ad esempio, se nella nostra terra ritornassimo a confrontarci non sull’occupazione di qualche poltrona, ma sulla valorizzazione delle nostre risorse, sull’utilizzo dei capannoni vuoti, sui contratti di solidarietà, sull’orario di lavoro, sul part time, ecc.
Anche piccoli segnali potrebbero contribuire all’apertura di una nuova stagione.

sabato 21 luglio 2012

SE LA CRISI DIVENTA UNA TRAPPOLA


La crisi che affligge l’Italia, l’Europa e gran parte del mondo occidentale non è figlia di una guerra, di un asteroide, di uno tsunami, ma del capitalismo finanziario, del liberismo, del mercato senza regole. Questa è ormai una verità inconfutabile!
Ogni nazione coinvolta in questo processo devastante, naturalmente, ci ha messo del suo,
ad opera della sua classe dirigente.
Quello che è avvenuto in Italia è emblematico:  al liberismo sfrenato, nel nostro Paese, si è aggiunta la politica degli sprechi, della corruzione e dell’indebitamento del CAF  (Craxi-Andreotti-Forlani), la politica degli interessi e affari personali del berlusconismo, la politica “modernista” e dell’annebbiamento dei valori sociali di buona parte della stessa Sinistra.
Così siamo giunti al tracollo economico, al più elevato squilibrio tra Nord e Sud, alla più alta disuguaglianza, alla più insopportabile disoccupazione, alla più preoccupante affermazione della malavita organizzata, alla più sporca evasione fiscale e inosservanza delle regole, al più spudorato calpestamento dei diritti, al sostanziale annullamento della Carta costituzionale e dello Stato…
Ed ora, dopo che il Paese è finito nelle sabbie mobili della recessione, ci tocca pure sentire, da parte degli artefici del disastro, che l’alternativa alla politica finora seguita è il peggiore degli inferni, che nel taglio della spesa sociale serve l’accetta  e non il bisturi,  che la troppa solidarietà mette a rischio l’Europa, ecc.
A sentire quello che dicono Berlusconi, alcuni politici conservatori europei ed alcuni giornalisti, alla Belpietro, c’è veramente da rabbrividire.
Questi personaggi, non potendo più sostenere la tesi-solfa, secondo la quale il liberismo, lasciando l’economia libera di correre a perdifiato sul mercato, promuoverebbe crescita e porterebbe benefici per tutti, ora cercano di far passare agli occhi degli elettori che dalla crisi si può uscire solo tagliando il sociale e sopprimendo il valore del diritto al lavoro.
Temendo, inoltre, che la politica, a causa del grande disagio sociale, possa riscattarsi dal servaggio e riacquistare il suo ruolo, che fanno questi personaggi? Si scatenano contro la politica, la partecipazione attiva, la casta, seminando sfiducia, qualunquismo e populismo, nell’intento di mantenere il potere nelle mani degli incantatori di serpenti: aziendalisti, tecnici o comici che siano.
Ecco come la crisi diventa una trappola, una gabbia, o, per dirla con le parole delle nostre nonne, un “mastriello” per topi.
Bloccati in questa trappola, i lavoratori, gli impiegati, i pensionati, i giovani … sono stati costretti ad ingoiare i bocconi amari ed avvelenati, prima somministrati da Berlusconi, Tremonti, Sacconi, Gelmini, ecc ed ora da Monti, Fornero, Passera, ecc.
Lo stesso Partito Democratico, che avrebbe potuto agevolmente vincere le elezioni, dopo il disastro berlusconiano, è rinchiuso nella trappola ed è costretto ad ingoiare e a far ingoiare agli Italiani continui bocconi amari, autodistruggendosi,  perché non può permettersi il “lusso” di scassare la trappola, facendo cadere il governo, voluto dal Presidente Napolitano.
E così tutti i cittadini continuano a subire mazzate, perché considerati “fannulloni”, “bamboccioni”, “super garantiti”, ed anche i politici migliori passano per “marioli”, come tutti gli altri.
Cari Irpini, coraggio! Con il taglio di ospedali, tribunali, uffici postali, guardie mediche, ecc, non saremo più costretti ad andare in Africa per conoscere il deserto!
Vi sembra poco?

IL MARCHIONNISMO PUO’ ESSERE SCONFITTO


La sentenza del giudice del lavoro con la quale è stato condannata la FIAT a riassumere 145 operai  iscritti alla FIOM-CGIL, vergognosamente discriminati dal manager  Marchionne, deve essere considerata una pietra miliare nella storia del diritto.
Anche in una fase difficile, come quella che stiamo vivendo, l’arroganza e la prepotenza dei padroni può essere fermata e sconfitta.
I principi sacrosanti, sanciti dalla Costituzione e conquistati attraverso grandi lotte del mondo del lavoro, non possono essere calpestati impunemente.
Sarebbe ora che lo capissero non solo Marchionne e soci ma anche tutti coloro che, rispetto al problema, sono stati conniventi o spettatori distratti e passivi.
I “professori” che attualmente occupano le poltrone ministeriali, i dirigenti sindacali concorrenti  e ipercritici rispetto alla FIOM, gli esponenti politici alla Sacconi, alla Ichino o alla Renzi traggano dalla sentenza la dovuta lezione.
Da tutti questi personaggi, purtroppo, non c’è da aspettarsi alcuna riflessione autocritica;
con matematica certezza saremo costretti ad assistere ad altre ostracistiche  fandonie.
Del resto non ci sarebbe niente di nuovo; il tutto è stato già sperimentato a seguito di altre sentenze dello stesso tipo.
Ben altro, invece, deve essere l’atteggiamento della gente comune e soprattutto delle persone che auspicano il ritorno ad una politica credibile e pulita.
La si smetta di andare, sotto la spinta dell’informazione asservita, a spaccare i capelli nei comportamenti della FIOM e si guardi con un minimo di senso critico a tutto quello che sta succedendo nella vita economica, sociale e politica.
Nei momenti cruciali è doveroso cogliere il senso profondo delle cose e non cincischiare intorno a presunti errori e limiti di altri.
La FIOM- CGIL, pur con gli errori che ha potuto commettere in qualche luogo di lavoro, ad opera di qualche suo rappresentante, è stata una delle poche luci accese, in una fase di grande oscurità generale.
E’ assolutamente inaccettabile che si assumano atteggiamenti di grande severità nei confronti di chi fa il suo dovere e si accettino ad occhi chiusi le azioni rivoltanti di personaggi che, fregiandosi dell’incarico di ministro del lavoro, si sono qualificati solo come ministri della divisione sindacale o del licenziamento.
So perfettamente che una sentenza non può cambiare il corso della storia, ma almeno serva a fare aprire gli occhi alle persone di buon senso.
Se si aprono gli occhi non si può non vedere il percorso all’indietro che i poteri forti hanno imposto alla società: le disuguaglianze sociali stanno vertiginosamente aumentando,  i diritti più elementari vengono sistematicamente calpestati, le speculazioni finanziarie stanno distruggendo la vita di milioni e milioni di persone.
Se si continuerà a camminare in questa direzione, fra qualche anno, nelle chiese non troveremo più le figure di Cristo, della Madonna e dei Santi ma i simboli del  “dio” profitto e del   “dio” mercato, imposti non più da dittature militari ma da dittature mediatiche e sondaggistiche.  
Tutto questo, però, non è inevitabile. La sentenza che condanna la Fiat e Marchionne dimostra che un altro percorso è possibile. E’ giunta l’ora di intraprenderlo con decisione!