mercoledì 19 settembre 2012

LA STORIA CI CONDANNERA’


Gli ultimi venti anni dell’Europa e dell’Italia, a cavallo del XX e XXI secolo, certamente non passeranno alla storia come una fase positiva ed apprezzabile. Quello che si sta combinando,   è veramente disastroso. La cosa più deprimente è che nel giudizio negativo non cadranno solo gli artefici diretti del disastro, ma anche la stragrande maggioranza della popolazione, che sta subendo passivamente il processo in atto.
Chi è cosciente di questo fatto non può stare più a guardare, senza far niente, in uno stato d’animo indifferente e apatico. Questo lo dico a me stesso e a tutti coloro che, in preda ad un senso di impotenza, si sono chiusi in se stessi, lasciando ai manigoldi di ogni tipo di fare il proprio comodo.
Se le cose non cambieranno presto, in maniera drastica, l’Europa di questi anni passerà alla storia non come la comunità che ha costruito,  ma come quella che ha distrutto la grande idea dell’Unità e l’Italia sarà ricordata come la terra che ha mortificato le grandi conquiste del Rinascimento, del Risorgimento, della Resistenza, della prima Repubblica.
E’ vero che nella storia ci possono essere  “corsi e ricorsi”, ma è altrettanto vero che la stessa storia ci ha fornito tutti gli insegnamenti e gli strumenti, per contrastare questo andamento.
Se i nostri migliori antenati, nonni e padri sono stati capaci di uscire dal colonialismo, dall’imperialismo e dal nazi-fascismo, non è accettabile che nella comunità attuale non si trovino le energie per prendere a calci nel sedere gli speculatori finanziari, i manovratori delle borse, gli ultraliberisti del mercato, gli istrioni caligoliani, che sperperano milioni e milioni di euro all’anno per palpeggiare le chiappe di qualche ragazza, i professori asserviti al potere bancario, che sanno mettere le mani solo nelle tasche di lavoratori e pensionati, i pagliacci milionari, che seminano artatamente sfiducia e qualunquismo nella società, ecc,ecc.
Come si fa, in Italia,  ad accettare passivamente che l’1  per cento dei nababbi, composto da una ristretta cerchia di 2.400 famiglie, possegga patrimoni per 1290 miliardi di euro, corrispondenti al 15 per cento dell’intera ricchezza nazionale e che il 10 per cento più benestante delle famiglie italiane ne possegga quasi il 50 per cento?
Come si può accettare che il nostro Paese, all’interno dell’area Ocse, sia al terzo posto nella classifica della diseguaglianza?
Come si fa a non rabbrividire di fronte  ad una evasione fiscale  di circa 150 milioni di euro all’anno ?
Che dire della pressione fiscale  del 42,6 %  sui redditi di lavoratori dipendenti e pensionati,  a fronte della risibile percentuale del 5,9 % di entrate fiscali provenienti da imposte sul patrimonio?
Che dire delle disoccupazione giovanile e delle condizioni del Sud del Paese?
Continuare nella rassegna di queste rivoltanti storture e porcherie diventa deprimente, per cui è meglio soprassedere.
A questo punto sorge spontanea una domanda: Cari compagni del PD  ( perdonatemi se sto commettendo il reato di rivolgermi  a voi ancora con l’appellativo compagno)  come fate  a sopportare o addirittura ad avallare un processo così devastante per la storia vostra e del nostro Paese e per la stessa democrazia?
Non ritenete che sia giunto il momento di far “resuscitare” Robespierre, Lenin, Che Guevara, ecc, ecc?

giovedì 16 agosto 2012

NON C’E’ SORDO PEGGIORE DI CHI NON VUOLE SENTIRE


“Con amarezza, sofferenza e dolore, dopo mesi di riflessione, sono arrivato alla decisione  di non rinnovare l’iscrizione al PD. A questo partito, con molta probabilità, continuerò a dare il mio voto, più per una scelta del meno peggio che per una condivisione della sua linea politica e comportamentale. Confesso di sentirmi molto a disagio nell’esprimere questo mio convincimento, ma non me la sento proprio di continuare ad essere militante di un partito, che ormai si muove in uno scenario completamente diverso, rispetto a quello genetico.
La scelta di stare politicamente a sinistra l’ho fatta da ragazzo e quella di iscrivermi al PCI l’ho fatta da giovane, nell’era berlingueriana. Sono stato segretario di sezione del PCI a Flumeri per vari anni.  Dopo la svolta, sono stato ancora segretario di sezione del PDS e membro della segreteria provinciale dei DS., cosa che ricordo con molto piacere. Sono stato, per nove anni, sindaco dell’Ulivo, di provenienza DS e come sindaco sono andato anche con la fascia tricolore a manifestare contro lo “scalone” maroniano per l’andata in pensione.  Per anni, a Flumeri, ho contribuito in maniera determinante e con il coinvolgimento dell’intera famiglia alla organizzazione della festa dell’Unità. In tutte le campagne elettorali ho fatto tutto quello che bisognava fare, senza mai tirarmi indietro.
Pur coltivando con convinzione tutti i valori e gli ideali tipici della Sinistra ho sempre mantenuto un comportamento equilibrato, distante da ogni posizione estremistica.
Anche quella odierna non è una scelta estremistica ma semplicemente una presa d’atto di una posizione politica del partito che non riesco a digerire.
Il sostegno cieco del PD al governo Monti, che sta massacrando lavoratori, pensionati, (altro che scalone) giovani, Mezzogiorno, ecc, senza gettare minimamente le basi per una uscita dalla crisi, non mi convince per niente.
Le lotte intestine all’interno del partito, a tutti i livelli, mi disturbano profondamente.
Lo spiantamento dell’organizzazione del partito in tutto il territorio e in tutti i luoghi di lavoro mi fa rabbrividire.
La sostanziale disattenzione di tutto il partito, al di là di qualche sceneggiata mediatica, rispetto alla vicenda della Irisbus, che sta affliggendo il nostro territorio, mi addolora profondamente.
Rispetto a questo processo negativo, molto lontano dalle idee, che erano alla base della nascita del partito non intendo sentirmi corresponsabile”.
Questo ragionamento, quasi alla lettera, è stato tenuto, dal compagno Sinibaldo Di Paola, ex sindaco di Flumeri, in un incontro amichevole, svolto al fresco di un albero, davanti casa sua.
Confesso di essere rimasto molto colpito non tanto dalle parole quanto dallo stato d’animo che ho colto in lui, nel corso dell’incontro. Nel suo ragionamento c’era sofferenza ma anche convincimento e lucidità. Di ragionamenti di questo tipo, oggi, se ne sentono tanti, ma sentirlo fare da una persona “eccessivamente” moderata ed equilibrata come Sinibaldo è veramente sconvolgente. Nell’ascoltarlo naturalmente non ho potuto fare a meno di riandare con il pensiero ai turbamenti che, qualche anno fa, hanno tormentato la mia testa e ai tanti sfoghi che da mesi mi tocca di sentire da parte di tanti e tanti compagni.
Non posso fare a meno, pertanto, di domandarmi come mai nei vari livelli della cosiddetta dirigenza del partito(?) non si colga  questo stato d’animo così diffuso e palpabile.
Che cosa si aspetta per voltare pagina? Dove si vuole arrivare?Perché non si attiva una riflessione critica sullo stato delle cose? Sembra dominare il vecchio detto: “non c’è sordo peggiore di chi non vuole sentire”.  Si sappia, però, che se continua questo andazzo, tutto andrà a scatafascio!

QUESTIONE MERIDIONALE EUROPEA


 La “questione meridionale” è ormai un fenomeno europeo e non più solo italiano:
con la nascita dell’euro la divaricazione tra le aree del Nord e del Sud del continente si è accentuata, in maniera preoccupante, in tutti i campi.
Questo è il fallimento più vistoso della politica europea!
Se si vuole salvare veramente il processo di integrazione europeista, pertanto, non si può prescindere da questo dato.
Ottusa ed allucinante appare, perciò, la politica che continua ad esser portata avanti dalle forze conservatrici europee, sotto la spinta della Merkel e dei poteri finanziari.
Con questa politica il destino della moneta unica e della stessa Europa Unita è segnato in maniera negativa.
E’ inutile girarci attorno: la realtà, per quanto possa essere amara, bisogna guardarla in faccia!
I governi della Grecia, del Portogallo, della Spagna e dell’Italia se vogliono mantenere l’euro e contribuire seriamente alla costruzione dell’Europa Unita devono certamente lavorare per risanare i loro bilanci, ma devono anche contrastare con decisione il percorso politico portato avanti finora dai poteri forti del Continente.
Bisogna bloccare subito e con fermezza la diffusione, anche a livello europeo, della “vulgata”, che, per anni e anni, ha afflitto e mortificato il nostro mezzogiorno: “i meridionali vogliono vivere di assistenzialismo e a spese dei cittadini operosi del Nord”.
Le cose non stanno così, né in Italia né in Europa, anche se le classi dirigenti meridionali di colpe, purtroppo, ne hanno molte.
Da questa consapevolezza deve partire la costruzione di un nuovo meridionalismo.
E’ su questo terreno che la Sinistra, nelle sue varie articolazioni, deve misurarsi, se vuole proporsi come alternativa credibile alla  Destra lobbista e speculativa, che ci sta portando nel baratro.
Per essere salvata, l’Europa ha bisogno di una diversa redistribuzione del reddito, del lavoro, dei servizi e non di strumentali manovre bancarie e borsistiche.
La barricata rigorista dura e pura, imposta ai paesi meridionali, non risolve i problemi ma li aggrava, a beneficio dei paesi più forti, delle aree territoriali economicamente più solide, dei ceti sociali più ricchi.
L’accentuarsi degli squilibri nella distribuzione del reddito, del lavoro e dei servizi a cui stiamo assistendo non è figlio del caso, ma di una scelta politica regressiva.
Rispetto a questo quadro tutta la Sinistra europea, a cominciare da quella italiana, deve uscire dalla pratica del puro gestionismo, profondamente subalterna alla logica liberista.
La sfida deve investire i temi delle transazioni finanziarie, della evasione fiscale, della regole del mercato, della legalità, della eguaglianza sociale, del diritto al lavoro, ecc.
Bisogna avere fiducia nei propri valori e nella propria storia.
I piccoli segnali innovativi, scaturiti dalla vittoria di Hollande in Francia attestano che non tutto è perduto.
Che bello se anche nella nostra terra si cominciasse ad uscire dalla logica della spietata cura del potere, per misurarsi con i temi del lavoro e dello sviluppo reale!
Che bello, ad esempio, se nella nostra terra ritornassimo a confrontarci non sull’occupazione di qualche poltrona, ma sulla valorizzazione delle nostre risorse, sull’utilizzo dei capannoni vuoti, sui contratti di solidarietà, sull’orario di lavoro, sul part time, ecc.
Anche piccoli segnali potrebbero contribuire all’apertura di una nuova stagione.

sabato 21 luglio 2012

SE LA CRISI DIVENTA UNA TRAPPOLA


La crisi che affligge l’Italia, l’Europa e gran parte del mondo occidentale non è figlia di una guerra, di un asteroide, di uno tsunami, ma del capitalismo finanziario, del liberismo, del mercato senza regole. Questa è ormai una verità inconfutabile!
Ogni nazione coinvolta in questo processo devastante, naturalmente, ci ha messo del suo,
ad opera della sua classe dirigente.
Quello che è avvenuto in Italia è emblematico:  al liberismo sfrenato, nel nostro Paese, si è aggiunta la politica degli sprechi, della corruzione e dell’indebitamento del CAF  (Craxi-Andreotti-Forlani), la politica degli interessi e affari personali del berlusconismo, la politica “modernista” e dell’annebbiamento dei valori sociali di buona parte della stessa Sinistra.
Così siamo giunti al tracollo economico, al più elevato squilibrio tra Nord e Sud, alla più alta disuguaglianza, alla più insopportabile disoccupazione, alla più preoccupante affermazione della malavita organizzata, alla più sporca evasione fiscale e inosservanza delle regole, al più spudorato calpestamento dei diritti, al sostanziale annullamento della Carta costituzionale e dello Stato…
Ed ora, dopo che il Paese è finito nelle sabbie mobili della recessione, ci tocca pure sentire, da parte degli artefici del disastro, che l’alternativa alla politica finora seguita è il peggiore degli inferni, che nel taglio della spesa sociale serve l’accetta  e non il bisturi,  che la troppa solidarietà mette a rischio l’Europa, ecc.
A sentire quello che dicono Berlusconi, alcuni politici conservatori europei ed alcuni giornalisti, alla Belpietro, c’è veramente da rabbrividire.
Questi personaggi, non potendo più sostenere la tesi-solfa, secondo la quale il liberismo, lasciando l’economia libera di correre a perdifiato sul mercato, promuoverebbe crescita e porterebbe benefici per tutti, ora cercano di far passare agli occhi degli elettori che dalla crisi si può uscire solo tagliando il sociale e sopprimendo il valore del diritto al lavoro.
Temendo, inoltre, che la politica, a causa del grande disagio sociale, possa riscattarsi dal servaggio e riacquistare il suo ruolo, che fanno questi personaggi? Si scatenano contro la politica, la partecipazione attiva, la casta, seminando sfiducia, qualunquismo e populismo, nell’intento di mantenere il potere nelle mani degli incantatori di serpenti: aziendalisti, tecnici o comici che siano.
Ecco come la crisi diventa una trappola, una gabbia, o, per dirla con le parole delle nostre nonne, un “mastriello” per topi.
Bloccati in questa trappola, i lavoratori, gli impiegati, i pensionati, i giovani … sono stati costretti ad ingoiare i bocconi amari ed avvelenati, prima somministrati da Berlusconi, Tremonti, Sacconi, Gelmini, ecc ed ora da Monti, Fornero, Passera, ecc.
Lo stesso Partito Democratico, che avrebbe potuto agevolmente vincere le elezioni, dopo il disastro berlusconiano, è rinchiuso nella trappola ed è costretto ad ingoiare e a far ingoiare agli Italiani continui bocconi amari, autodistruggendosi,  perché non può permettersi il “lusso” di scassare la trappola, facendo cadere il governo, voluto dal Presidente Napolitano.
E così tutti i cittadini continuano a subire mazzate, perché considerati “fannulloni”, “bamboccioni”, “super garantiti”, ed anche i politici migliori passano per “marioli”, come tutti gli altri.
Cari Irpini, coraggio! Con il taglio di ospedali, tribunali, uffici postali, guardie mediche, ecc, non saremo più costretti ad andare in Africa per conoscere il deserto!
Vi sembra poco?

IL MARCHIONNISMO PUO’ ESSERE SCONFITTO


La sentenza del giudice del lavoro con la quale è stato condannata la FIAT a riassumere 145 operai  iscritti alla FIOM-CGIL, vergognosamente discriminati dal manager  Marchionne, deve essere considerata una pietra miliare nella storia del diritto.
Anche in una fase difficile, come quella che stiamo vivendo, l’arroganza e la prepotenza dei padroni può essere fermata e sconfitta.
I principi sacrosanti, sanciti dalla Costituzione e conquistati attraverso grandi lotte del mondo del lavoro, non possono essere calpestati impunemente.
Sarebbe ora che lo capissero non solo Marchionne e soci ma anche tutti coloro che, rispetto al problema, sono stati conniventi o spettatori distratti e passivi.
I “professori” che attualmente occupano le poltrone ministeriali, i dirigenti sindacali concorrenti  e ipercritici rispetto alla FIOM, gli esponenti politici alla Sacconi, alla Ichino o alla Renzi traggano dalla sentenza la dovuta lezione.
Da tutti questi personaggi, purtroppo, non c’è da aspettarsi alcuna riflessione autocritica;
con matematica certezza saremo costretti ad assistere ad altre ostracistiche  fandonie.
Del resto non ci sarebbe niente di nuovo; il tutto è stato già sperimentato a seguito di altre sentenze dello stesso tipo.
Ben altro, invece, deve essere l’atteggiamento della gente comune e soprattutto delle persone che auspicano il ritorno ad una politica credibile e pulita.
La si smetta di andare, sotto la spinta dell’informazione asservita, a spaccare i capelli nei comportamenti della FIOM e si guardi con un minimo di senso critico a tutto quello che sta succedendo nella vita economica, sociale e politica.
Nei momenti cruciali è doveroso cogliere il senso profondo delle cose e non cincischiare intorno a presunti errori e limiti di altri.
La FIOM- CGIL, pur con gli errori che ha potuto commettere in qualche luogo di lavoro, ad opera di qualche suo rappresentante, è stata una delle poche luci accese, in una fase di grande oscurità generale.
E’ assolutamente inaccettabile che si assumano atteggiamenti di grande severità nei confronti di chi fa il suo dovere e si accettino ad occhi chiusi le azioni rivoltanti di personaggi che, fregiandosi dell’incarico di ministro del lavoro, si sono qualificati solo come ministri della divisione sindacale o del licenziamento.
So perfettamente che una sentenza non può cambiare il corso della storia, ma almeno serva a fare aprire gli occhi alle persone di buon senso.
Se si aprono gli occhi non si può non vedere il percorso all’indietro che i poteri forti hanno imposto alla società: le disuguaglianze sociali stanno vertiginosamente aumentando,  i diritti più elementari vengono sistematicamente calpestati, le speculazioni finanziarie stanno distruggendo la vita di milioni e milioni di persone.
Se si continuerà a camminare in questa direzione, fra qualche anno, nelle chiese non troveremo più le figure di Cristo, della Madonna e dei Santi ma i simboli del  “dio” profitto e del   “dio” mercato, imposti non più da dittature militari ma da dittature mediatiche e sondaggistiche.  
Tutto questo, però, non è inevitabile. La sentenza che condanna la Fiat e Marchionne dimostra che un altro percorso è possibile. E’ giunta l’ora di intraprenderlo con decisione!

martedì 19 giugno 2012

SVEGLIAMOCI !


 E’ doloroso ed anche imbarazzante tornare a parlare e scrivere sempre sugli stessi argomenti. Ma come si fa a stare zitti, se non passa giorno in cui non arrivi una “doccia fredda” sulle popolazioni irpine?
Un giorno chiude l’Irisbus o qualche altra fabbrica, in un altro giorno viene smantellato qualche ospedale, in qualche altro giorno viene preannunciata la chiusura dei tribunali, in qualche altro ancora si apprende la notizia dell’annullamento per l’irpinia della ferrovia dell’Alta capacità e così via…
Il lavoro, i servizi essenziali ( persino quello del 118),  le infrastrutture stanno ormai diventando un miraggio…,un sogno…,un incubo….
E mentre si verifica questo stillicidio di eventi e fatti devastanti, accompagnati, tra l’altro, da continue vessazioni di carattere nazionale, quotidianamente siamo pure costretti a subire le inondazioni di fandonie, promesse vuote, bugie, sceneggiate  dei vari mandarini dell’apparato di potere, che, nei fatti, risultano completamente assenti o inconsistenti, rispetto alle problematiche che affliggono il territorio.
So perfettamente che su alcuni problemi non è facile ottenere risultati immediati e soddisfacenti, ma so anche, per diretta esperienza, che, per un rappresentante dei cittadini nelle istituzioni, non deve esserci niente che possa impedire un impegno, un’azione, un tentativo.
Ci sono momenti in cui è obbligatorio, per i rappresentanti del popolo e per i politici in generale, fare la propria parte con decisione e dignità o, per dirla con un vecchio detto popolare, un po’ spinto, “mettere gli attributi sul tavolo”.
Se nemmeno nelle situazioni di emergenza si è capaci di fare dignitosamente la propria parte, fino alle estreme conseguenze politiche, è naturale che i cittadini siano spinti a domandarsi che cosa ci stanno a fare questi signori, nelle istituzioni.
Una domanda dello stesso tipo credo che dobbiamo porcela anche noi cittadini:
se continuiamo a stare inerti e passivi, rispetto al flagello che sta martoriando il nostro territorio, che diritto abbiamo di lamentarci?
E’ giunta l’ora di svegliarsi e uscire dal torpore!
Personalmente, qualche anno fa, dopo tante esperienze politiche, quasi sempre all’opposizione, nelle istituzioni, e in posizione piuttosto critica, all’interno dell’organizzazione politica di appartenenza, ritenni che fosse giunto il momento di farmi da parte e lasciare spazio al nuovo (?).
Riconosco di aver commesso un grave errore: il nuovo non sempre sta nei dati anagrafici, ancor meno sta nelle improvvisazioni o nei personalismi ambiziosi, ma nelle idee, nella passione e nell’etica civile.
Di fronte al processo che sta portando il nostro territorio alla desertificazione, bisogna uscire dalla passività, dalla retorica e dall’istrionismo.
Tutte le energie positive, vecchie e nuove, devono scendere in campo, per attivare una vertenza organica, capace di coinvolgere la maggior parte della popolazione.
Le istituzioni, a tutti i livelli, devono interpretare i bisogni e le esigenze delle popolazioni.
I rappresentanti istituzionali del territorio devono uscire dall’ambiguità e dalla politica dei calcoli personalistici, altrimenti è meglio che vengano presi a calci nel sedere e mandati a casa.
I cittadini, però, devono sapere che non è con la protesta antipolitica e qualunquista, alla Grillo, che si possono risolvere i problemi: occorre avere un progetto, coltivare un percorso etico  valorizzare tutte le risorse e le energie disponibili.

venerdì 1 giugno 2012

LA PROVA DELLA VICENDA IRISBUS


La vicenda della Irisbus di Valle Ufita costituisce certamente un incubo per i lavoratori rimasti senza lavoro, ma è anche un problema per tutti i cittadini del territorio ed una prova per tutte le forze politiche e sindacali. E’ assolutamente inaccettabile che, a distanza di vari mesi dalla chiusura della fabbrica, non si riesca ancora a capire dove si andrà a finire.
L’ultimo incontro avuto presso il Ministero dello sviluppo economico è deprimente.
A questo punto non si può perdere altro tempo: i rappresentanti istituzionali del territorio, ad ogni livello, escano dalle formalità, gettino la maschera della recita e delle buone maniere e usino tutti i mezzi immaginabili e possibili, per ottenere risposte chiare e risolutive.
Le stesse forze politiche e sindacali nazionali, rispetto al problema, hanno il dovere di cambiare strategia e percorso, perché la vicenda della Irisbus di Valle Ufita è emblematica, sotto molteplici punti di vista.
Nessuno può far finta di non sapere
-che la Irisbus è sostanzialmente l’unica vera azienda italiana costruttrice di pullman,
-che il parco autobus italiano è vecchio, fuori norma e da rinnovare, come ci dice la stessa Commissione europea,
-che l’insediamento di tale fabbrica è costato non poco alla casse dello Stato,
-che la chiusura di questa azienda costituirebbe, non solo per l’Irpinia ma anche per tutto il mezzogiorno, un colpo mortale ed un segnale distruttivo.
Marchionne non può fare il porco comodo suo e il Governo non può stare a guardare passivamente. E’ giunto il momento di uscire dalla nebbia e che ognuno si assuma le proprie responsabilità.
Se Marchionne vuole chiudere l’azienda dichiari il fallimento o la metta in vendita senza condizioni e lo Stato intervenga per comprarla o espropriarla.
Il mondo politico e istituzionale del territorio la smetta di fare sceneggiate e metta in atto tutte le iniziative possibili, per ottenere gli incontri necessari alla soluzione del problema.
Si faccia la convocazione contestuale e perpetua di tutte le istituzioni della provincia, si passi alle dimissioni da tutti gli incarichi ricoperti, si arrivi allo sciopero della fame di tutti i rappresentanti istituzionali, si organizzi l’assedio del Ministero dello sviluppo economico, si facciano scendere in piazza tutti i forconi e le “paroccole” disponibili, ecc, ecc.
Non si tratta di innescare la violenza, ma semplicemente di attivare tutte le iniziative, per ottenere il rispetto del dettato costituzionale e della dignità umana.
La violenza vera sta nell’azione di chi ritiene di poter calpestare tutti gli essere umani, per incrementare i propri loschi profitti.
Le popolazioni irpine e meridionali hanno tutto il diritto di reagire con forza e determinazione ai soprusi a cui vengono sistematicamente sottoposte, rifiutando le prediche dei “soloni” che hanno vigliaccamente avallato le porcherie padronali e leghiste.
Il Sud non si riscatta con le sigle sudiste dei fantocci asserviti, ma con l’impegno culturale e civile e con la lotta dura dei cittadini liberi.
Si parta dalle vicende della Irisbus, dei tribunali, degli ospedali, delle infrastrutture, per avviare un percorso veramente alternativo. Chi pensa solo alla poltrona è un traditore del territorio e del dettato costituzionale!